Nella degenerazione maculare umida il CD13 solubile funge da biomarcatore dell’infiammazione
QS PRO Oftalmologia
2 Aprile 2026 > Susanna Guzzetti
Secondo uno studio pubblicato sull’International Journal of General Medicine, il CD13 solubile (sCD13) potrebbe rappresentare un nuovo indicatore utile nella degenerazione maculare legata all’età in forma umida, grazie alla sua associazione con infiammazione e fattori angiogenici.
“Abbiamo voluto analizzare i livelli di sCD13 e la loro correlazione con fattori angiogenici e infiammatori nei pazienti con degenerazione maculare umida” spiega Bing Zhang, dell’Huanggang Central Hospital, Huanggang, Cina, che ha diretto il gruppo di lavoro.
Lo studio ha incluso 200 pazienti suddivisi in tre gruppi, ovvero senza degenerazione maculare, con forma precoce e con forma umida. Tutti i partecipanti sono stati sottoposti a valutazioni cliniche e oftalmologiche complete, con misurazione dello spessore retinico centrale e dello spessore dello strato ganglionare, oltre alla determinazione dei livelli di sCD13 e di diversi marcatori infiammatori e angiogenici. I risultati hanno mostrato che i pazienti con degenerazione maculare umida presentavano livelli significativamente più elevati di sCD13 rispetto agli altri gruppi. In questi pazienti erano inoltre più frequenti età avanzata, storia di fumo, maggiore spessore retinico e livelli più elevati di hsCRP e IL-8, mentre risultavano ridotti lo spessore dello strato ganglionare, l’acuità visiva e i livelli di PDGF.
L’analisi delle correlazioni ha evidenziato che sCD13 era positivamente associato ai marcatori infiammatori hsCRP e IL-8 e negativamente correlato al PDGF. Dal punto di vista diagnostico, sCD13 ha mostrato una discreta capacità predittiva nel distinguere la forma umida da quella non degenerativa o precoce. “Livelli elevati di sCD13 possono contribuire allo sviluppo della degenerazione maculare umida, probabilmente attraverso meccanismi infiammatori e angiogenici. Il controllo precoce di questo biomarcatore potrebbe avere un ruolo nella prevenzione e nella gestione della malattia” concludono i ricercatori.
Int J Gen Med. 2026 Jan 28:19:553165. doi: 10.2147/IJGM.S553165. eCollection 2026.