Infarto silente: cos’è, perché è pericoloso, i fattori di rischio e come prevenirlo

Infarto silente: cos’è, perché è pericoloso, i fattori di rischio e come prevenirlo

Come spiega il professor Bartorelli "il 45% degli infarti non provoca sintomi, ma causa gli stessi danni, a volte fatali. È una vera emergenza"

Si tende spesso ad associare l’infarto a un evento – oltre che grave – doloroso, percepibile e allarmante, sottovalutando invece un evento cardiovascolare altrettanto pericoloso ma molto meno riconoscibile: l’infarto silente, che come spiega il professor Antonio Bartorelli, Responsabile della Cardiologia Interventistica Universitaria presso l’IRCCS Ospedale Galeazzi-Sant’Ambrogio di Milano e Presidente della Fondazione Cesare Bartorelli, rappresenta “il 45% di tutti gli infarti”. 
L’infarto silente non è meno pericoloso dell’infarto classico e, anzi, proprio perché asintomatico rende molto più difficile intervenire: “Spesso il paziente arriva alla diagnosi quando ha già perso il 20 o il 30% della funzionalità del muscolo cardiaco”.

Perché gli infarti silenti sono pericolosi
“Quando si pensa all’infarto si immagina sempre un quadro drammatico, con un dolore al petto – spesso irradiato al braccio sinistro – di intensità molto elevata. 
Non è sempre così: il 45% degli infarti è silente e non provoca sintomi, che al massimo possono essere così lievi da essere scambiati – ad esempio – per un’indigestione, un colpo di freddo o semplice stanchezza” spiega Bartorelli: “Questi infarti rappresentano una vera emergenza, proprio perché provocano gli stessi danni dell’infarto sintomatico – necrotizzando una parte del cuore – ma proprio per la mancanza di una sintomatologia tipica impediscono una diagnosi immediata, con conseguenze quindi ancora più gravi e un rischio di recidiva molto alto, fino al 15%. 
Se la porzione interessata è ampia, il cuore tende a dilatarsi nel tempo e a perdere forza, e questo può portare a uno scompenso cardiaco: il cuore non ha più la capacità di pompare il sangue in circolo per permettere al paziente di compiere uno sforzo o anche solo di camminare in salita. A quel punto il danno è irreversibile. 
Nella migliore delle ipotesi, se l’infarto silente è piccolo, non porta a uno scompenso cardiaco o a una grave depressione della funzione cardiaca. Tuttavia non è meno rischioso, perché spesso questi pazienti hanno altre coronarie malate e possono andare incontro a un secondo evento, quello sì drammatico o fatale”.

Come spiega Bartorelli ci sono delle categorie di pazienti maggiormente a rischio di infarto silente: “Ci sono tre categorie fondamentali: i diabetici, le donne e gli anziani. Questo non significa che al di fuori di queste categorie non possa verificarsi un infarto silente, ma in questi gruppi è più frequente. 
Nei diabetici, ad esempio, dobbiamo considerare che spesso il dolore non viene avvertito a causa di una ridotta sensibilità al dolore viscerale causata dalla neuropatia diabetica, ma le probabilità di infarto sono elevate: un diabetico su due va incontro a un infarto nel corso della sua vita. 
Per quanto riguarda le donne, per anni si è pensato erroneamente che fossero ‘protette’ dalla malattia coronarica. 
In realtà la principale causa di morte nelle donne non sono i tumori femminili, come si pensa erroneamente, ma proprio le malattie cardiovascolari: le donne presentano inoltre sintomi fuorvianti quando hanno un’ischemia miocardica, e i dati della letteratura mostrano che ciò può ritardare la richiesta di soccorso anche di mezz’ora o un’ora. 
Infine, gli anziani sono più soggetti ad infarto silente perché con l’età la percezione del dolore si riduce e spesso sono presenti altre patologie che possono confondere il quadro clinico. 
Esistono studi che dimostrano che un paziente su cinque sopra i 65 anni, se studiato con risonanza magnetica cardiaca, ha avuto un infarto silente. Quindi questo evento rappresenta un problema molto serio e molto diffuso, di cui però si parla poco”.

Infarto silente: esistono sintomi o segnali?
Il problema principale dell’infarto silente, come spiega il nome stesso, sta nel suo essere spesso totalmente asintomatico, e i pochi sintomi che il paziente può accusare sono spesso aspecifici o fuorvianti: “Questo è il problema principale. 
Se l’infarto è totalmente silente passa completamente inosservato e il paziente non si accorge di nulla. 
Mi è capitato spesso di avere di fronte pazienti con sintomi di insufficienza cardiaca – come mancanza di fiato e facile affaticamento – nei quali esami come ecocardiogramma e risonanza magnetica mostrano i segni di un pregresso infarto miocardico misconosciuto. 
A quel punto, purtroppo, il danno è fatto ed è troppo tardi per intervenire. Anche quando l’infarto è piccolo non è meno rischioso. 
Di solito questi pazienti hanno una malattia di più vasi coronarici, quindi non sapendo di aver avuto un infarto non ricevono le terapie farmacologiche di protezione della malattia coronarica e restano a rischio di un secondo infarto, molto più grave, magari fatale, nei mesi o negli anni successivi” spiega il professor Bartorelli.

Fattori di rischio
I fattori di rischio dell’infarto silente sono gli stessi dell’infarto sintomatico, come spiega Bartorelli: “Dobbiamo partire dal fattore più importante, la familiarità. La domanda che faccio sempre è: in famiglia ci sono stati infarti? Suo padre ha avuto un infarto? Ci sono stati eventi cardiovascolari tra i parenti? 
Gli altri fattori di rischio sono il fumo, l’ipertensione, il colesterolo LDL elevato, condizioni di sovrappeso o obesità, diabete e sindrome metabolica. 
Nei pazienti che presentano uno o più di questi fattori oggi è indicato eseguire indagini prima che l’evento si manifesti in modo silente”.

Infarto silente: come si previene?
A questo punto, il professor Bartorelli spiega sia quali sono i principali esami da eseguire per prevenire un infarto silente, sia come si è evoluta la prevenzione nel corso degli anni: “Possiamo fare una prevenzione primaria con indagini mirate nei pazienti che presentano i classici fattori di rischio. 
Oggi abbiamo tecniche diagnostiche molto avanzate. In passato si utilizzava soprattutto la prova da sforzo: se risultava positiva si faceva la diagnosi. 
Ma bisogna ricordare che sebbene questo sia un esame utile come screening iniziale, non fornisce tutte le risposte, risultando normale nel 40% dei casi di malattia coronarica. 
Lo stesso vale per la scintigrafia miocardica, che oggi è un po’ in disuso perché è stata in gran parte sostituita dall’esame che attualmente è il più indicato nei pazienti ad alto rischio: la TAC coronarica. 
La TAC coronarica ha assunto un ruolo fondamentale nella prevenzione dell’infarto silente essendo un esame non invasivo che consente, con una semplice iniezione di un liquido di contrasto in una vena periferica, di visualizzare le coronarie e le eventuali ostruzioni aterosclerotiche. 
Ciò permette di fare una diagnosi precoce della malattia che può portare all’infarto silente e di intervenire tempestivamente con la terapia farmacologica e eventuali procedure di rivascolarizzazione come l’angioplastica coronarica. 
La TAC coronarica rappresenta quindi un grande passo avanti nella diagnostica cardiologica”.

fonte  https://www.gazzetta.it/salute
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