Acufene, come curarlo: quali terapie esistono oggi

Acufene, come curarlo: quali terapie esistono oggi

Dai suoni terapeutici alla riabilitazione uditiva: cosa dice la ricerca sul fastiodioso ronzio nelle orecchie

Un fischio, un ronzio o un sibilo continuo nelle orecchie, percepito anche in assenza di suoni esterni: è l’acufene, una condizione episodica o cronica che interessa milioni di persone nel mondo.

Secondo diverse stime epidemiologiche internazionali, tra il 10 e il 15% della popolazione adulta sperimenta forme di acufene almeno una volta nella vita, mentre per circa il 2-3% delle persone il disturbo diventa persistente e interferisce con la qualità del sonno, la concentrazione e il benessere psicologico.

L’acufene non è una malattia in senso stretto, ma un sintomo che può avere diverse cause. 
Può comparire dopo un’esposizione a rumori intensi, in presenza di perdita uditiva legata all’età, dopo infezioni dell’orecchio o in seguito a stress prolungato. 
In molti casi, tuttavia, la causa precisa non è facilmente identificabile.

Che cos’è l’acufene e perché si verifica
L’acufene nasce da un’alterazione nel modo in cui il cervello interpreta i segnali provenienti dall’orecchio. 
Quando alcune cellule dell’orecchio interno vengono danneggiate o funzionano meno efficacemente, il cervello può compensare aumentando l’attività delle aree uditive.

Negli ultimi anni le ricerche di neuroscienze hanno mostrato che l’acufene coinvolge non solo le aree dell’udito, ma anche circuiti cerebrali legati a emozioni e attenzione, il che spiega perché il disturbo può diventare più intenso nei momenti di stress o stanchezza.

Non esiste una cura unica, ma diverse strategie
Ad oggi non esiste una terapia universale capace di eliminare l’acufene in tutti i pazienti. 
Tuttavia, negli ultimi anni si sono sviluppati diversi approcci terapeutici che possono ridurre l’intensità del disturbo o aiutare il cervello a filtrare.

Uno dei metodi più utilizzati è la sound therapy, cioè l’utilizzo di suoni di sottofondo — come rumore bianco, suoni naturali o frequenze calibrate — per ridurre la percezione del ronzio. 
L’obiettivo è insegnare al cervello a non focalizzarsi sul segnale interno, un processo di adattamento neurale definito “habituation”.

Un altro approccio diffuso è la Tinnitus Retraining Therapy (TRT), una forma di riabilitazione uditiva sviluppata negli anni Novanta che combina terapia sonora e counseling. 
Il percorso aiuta la persona a modificare la percezione del suono e la reazione emotiva associata.

Il ruolo della terapia cognitivo comportamentale
Negli ultimi anni numerosi studi clinici hanno mostrato che la terapia cognitivo comportamentale (CBT) può essere utile nella gestione dell’acufene cronico.

Si tratta di un intervento che non agisce direttamente sul suono percepito, tuttavia aiuta a ridurre l’ansia, l’attenzione ossessiva e l’impatto emotivo del disturbo. 
Diversi trial clinici hanno evidenziato miglioramenti significativi nella qualità della vita e nel sonno delle persone che soffrono di acufene persistente.

Apparecchi acustici e tecnologia
Quando l’acufene è associato a perdita dell’udito, l’utilizzo di apparecchi acustici può rappresentare una soluzione efficace. Amplificando i suoni ambientali, i dispositivi aiutano il cervello a concentrarsi sui suoni esterni invece che sul ronzio interno.

Negli ultimi anni molti apparecchi includono anche funzioni di generazione di suoni terapeutici, progettate specificamente per il trattamento dell’acufene.

Le nuove frontiere della ricerca
La ricerca scientifica continua a esplorare nuove possibili terapie. 
Tra le più studiate ci sono tecniche di stimolazione cerebrale non invasiva, come la stimolazione magnetica transcranica, che mira a modulare l’attività delle aree uditive del cervello.


Accanto alle terapie mediche e riabilitative, alcune ricerche suggeriscono che pratiche di meditazione sonora possano aiutare alcune persone a gestire meglio l’acufene. 

Le campane tibetane producono vibrazioni e armonici sonori molto intensi che si diffondono lentamente nell’ambiente. 
L’ascolto prolungato di questi suoni può favorire uno stato di rilassamento profondo, ridurre lo stress e spostare l’attenzione dal ronzio interno verso uno stimolo esterno più armonico.
Il meccanismo ricorda lo schema di funzionamento della sound therapy, dove suoni di sottofondo aiutano il cervello a non concentrarsi sull’acufene. 
Inoltre, gli studi suggeriscono che la meditazione sonora possa contribuire a ridurre ansia, tensione muscolare e iperattivazione del sistema nervoso, fattori che spesso amplificano la percezione dell’acufene.

Le pratiche meditative possono essere un supporto complementare, anche se non rappresentano una cura sostitutiva delle terapie mediche. In alcuni casi si rivelano uno strumento utile anche per la qualità del rilassamento e del sonno, contribuendo a rendere il ronzio meno invasivo nella vita quotidiana.
Perché più cerchiamo di ignorarlo, più l’acufene si fa sentire
Un aspetto curioso emerso dalle neuroscienze riguarda il rapporto tra attenzione e percezione del suono. 
Molte persone con acufene raccontano che il ronzio diventa più intenso proprio quando cercano di ignorarlo o combatterlo.
Il motivo è legato al modo in cui funziona il cervello. 
Le reti cerebrali dell’attenzione tendono ad amplificare gli stimoli che consideriamo minacciosi o fastidiosi. Se il cervello interpreta l’acufene come un segnale da monitorare, continuerà a portarlo in primo piano nella percezione cosciente.

Bisogna ricordare che l’acufene non nasce sempre dall’orecchio. In alcune situazioni è legato a una iperattivazione del sistema nervoso. 
Stress intenso, ansia prolungata, mancanza di sonno o periodi di forte tensione possono aumentare l’attività delle aree cerebrali che elaborano i suoni. Il cervello diventa più sensibile agli stimoli e può iniziare a percepire un suono interno, come un ronzio o un fischio.

In questi casi, si osserva un fenomeno interessante: se il livello di stress scende, anche l’acufene tende a diminuire. 
Molte persone raccontano che il ronzio compare nei periodi più intensi della vita per poi attenuarsi quando tornano ritmi più tranquilli. 
Tuttavia, il cervello può sviluppare una sorta di memoria verso un certo suono. Se ci concentriamo continuamente sull’acufene, temendo che peggiori, il sistema nervoso tenderà a portarlo in primo piano.

Quando rivolgersi a uno specialista
Gli esperti consigliano di consultare un medico quando l’acufene compare improvvisamente, dura più di qualche settimana o è accompagnato da perdita uditiva, vertigini o dolore.

Una valutazione otorinolaringoiatrica e un esame audiometrico possono aiutare a individuare eventuali cause trattabili e a definire il percorso terapeutico più adatto.

Anche se l’acufene può essere un disturbo frustrante, oggi esistono strumenti e strategie sempre più efficaci. 
In molti casi, con il supporto adeguato, è possibile ridurre sensibilmente l’impatto del ronzio e tornare a una vita quotidiana più serena.


fonte  https://www.quotidiano.net/

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