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07/09/2026 - MAGA, MEGA e WOKE: vecchie e nuove ideologie


MAGA, MEGA e WOKE: vecchie e nuove ideologie

  Questi tre neologismi sono entrati con forza dirompente nel dibattito politico e culturale contemporaneo, contribuendo a ridefinire i confini dello scontro ideologico globale. Da un lato, MAGA (Make America Great Again) e MEGA (Make Europe Great Again) incarnano, con modalità e accenti differenti, la reazione nazionalista, sovranista e populista radicata nella galassia identitaria della destra conservatrice; dall’altro, WOKE, dall’inglese awake, «risvegliato», evoca le istanze progressiste della sinistra contemporanea, incentrate sulla giustizia sociale, sull’equità e sul contrasto a ogni forma di discriminazione.

Origini ed evoluzione

🇺🇸 MAGA, Make America Great Again

   È lo slogan politico più influente del XXI secolo, reso celebre da Donald Trump a partire dalla campagna elettorale del 2016. Il movimento politico e culturale che vi si riconosce sintetizza una particolare declinazione del populismo nazionalista americano.

Imperniato sul principio dell’America First, vale a dire sulla priorità attribuita agli interessi nazionali, il movimento MAGA promuove il protezionismo economico sul piano interno e una postura più assertiva, quando non apertamente isolazionista, sullo scacchiere internazionale. I suoi pilastri ideologici poggiano sul nativismo, sul sovranismo, sul rifiuto della globalizzazione ritenuta incontrollata e sul contrasto all’immigrazione irregolare, accompagnati da una serrata critica alle istituzioni multilaterali e agli organismi sovranazionali.

MAGA, tuttavia, non nasce con Trump. Lo slogan è radicato nella tradizione della comunicazione politica americana ed era già stato utilizzato, in una forma sostanzialmente analoga, nella campagna presidenziale di Ronald Reagan del 1980. La formula Let's Make America Great Again fu impiegata per richiamare l'idea di un ritorno alla grandezza nazionale in un momento segnato dalla stagnazione economica, dall'inflazione e da un diffuso sentimento di sfiducia.

La vittoria di Reagan su Jimmy Carter rappresentò una svolta politica di grande rilievo. Reagan ottenne il 50,7% del voto popolare contro il 41,0% di Carter, conquistando la presidenza in un'elezione che segnò la netta affermazione del Partito Repubblicano.

Anche il principio dell'America First, ben più antico dello stesso Trump, è stato ripreso dalla sua comunicazione politica, soprattutto a partire dalla campagna del 2016, e trasformato in un potente marchio identitario. Lo slogan si è rapidamente accompagnato a un vasto apparato simbolico fatto di cappellini, bandiere, magliette e altri gadget, diventando un elemento distintivo della base trumpiana.

Oggi MAGA identifica una galassia politica composita, nella quale convivono populismo, nazionalismo, sovranismo e conservatorismo sociale. Il movimento esprime una forte opposizione alla globalizzazione, all'immigrazione irregolare e a una parte delle politiche multiculturali, nonché una crescente diffidenza verso le istituzioni internazionali. In alcuni suoi settori emergono inoltre posizioni fortemente critiche nei confronti delle politiche ambientali, della transizione energetica e delle strategie internazionali di contrasto al cambiamento climatico.

Da tali presupposti discendono tendenze protezionistiche, una maggiore propensione all'unilateralismo in politica estera e la volontà di ridimensionare, in alcuni ambiti, l'estensione delle politiche federali sui diritti civili e sulle questioni sociali.

🇪🇺 MEGA, Make Europe Great Again

  MEGA rappresenta la declinazione europea di alcune delle istanze nazionaliste e sovraniste associate al modello trumpiano. Lo slogan è stato utilizzato e rilanciato da esponenti della destra sovranista europea, trovando particolare risonanza nel corso della presidenza ungherese del Consiglio dell'Unione europea nel 2024, il Primo Ministro Viktor Orbán e, successivamente, nel dibattito politico transnazionale.

La formula è stata inoltre rilanciata da Elon Musk all'inizio del 2025, inserendosi nel più ampio tentativo di mettere in relazione movimenti e forze politiche nazional-conservatrici presenti sulle due sponde dell'Atlantico.

Fatto proprio, in forme differenti, da settori della destra euroscettica, il paradigma MEGA si alimenta dell'avversione verso il centralismo di Bruxelles, la burocrazia comunitaria e il ruolo dei tecnocrati dell'Unione europea.

Tra i suoi temi ricorrenti figurano la difesa dei confini nazionali, l'opposizione all'immigrazione di massa, la critica alle normative ambientali ritenute eccessivamente vincolanti, la difesa delle identità nazionali e il recupero delle radici religiose e culturali tradizionali in contrapposizione al cosiddetto “globalismo culturale”

Più che un'ideologia organica e strutturata, MEGA appare dunque come un contenitore politico nel quale confluiscono istanze sovraniste, nazional-conservatrici ed euroscettiche, accomunate dalla richiesta di restituire agli Stati nazionali una quota maggiore di sovranità rispetto a quella trasferita alle istituzioni europee.

WOKE

  Il termine woke affonda le proprie radici storiche nel gergo della comunità afroamericana, l'AAVE (African American Vernacular English), una varietà linguistica autonoma e sistematica, dotata di proprie regole grammaticali, fonetiche e sintattiche e non riconducibile a un semplice “slang”.

Già nella prima metà del Novecento, l'espressione stay woke, “stai sveglio”, costituiva un'esortazione a mantenere alta la vigilanza di fronte al razzismo, alle discriminazioni e ai soprusi subiti dalla popolazione afroamericana.

La trasformazione del termine in una parola d'ordine di portata globale è avvenuta soprattutto nel XXI secolo, anche grazie alla diffusione dei social network e alla nascita del movimento Black Lives Matter. Il termine è divenuto progressivamente sinonimo di consapevolezza nei confronti delle ingiustizie sociali e delle discriminazioni, estendendosi dal contrasto al razzismo alle questioni di genere, ai diritti della comunità LGBTQIA+ e alle disuguaglianze economiche.

Una tappa decisiva fu rappresentata dalle proteste seguite all'assoluzione di George Zimmerman, accusato dell'uccisione del diciassettenne afroamericano Trayvon Martin. Il fenomeno assunse una dimensione planetaria dopo la morte di George Floyd, avvenuta a Minneapolis il 25 maggio 2020 durante un intervento della polizia. Le immagini dell'arresto e del successivo soffocamento di Floyd, divenute simbolo della violenza razziale e dell'abuso di potere, suscitarono proteste in numerosi Paesi del mondo.

Oggi la galassia woke viene generalmente associata a un'idea di attivismo volto a contrastare le forme di discriminazione e di ingiustizia sociale: dalle disparità di genere alle discriminazioni razziali, dai diritti delle minoranze sessuali alle disuguaglianze economiche e culturali.

Negli ultimi anni, tuttavia, il termine ha subito una profonda mutazione semantica, soprattutto a opera dei suoi avversari politici. Per una parte della destra conservatrice, che negli Stati Uniti si riconosce nel paradigma MAGA e in Europa in quello MEGA, “woke” è diventato sinonimo di un estremismo del politicamente corretto, ritenuto anticamera della cancel culture, la cultura della cancellazione o del boicottaggio.

Con quest'ultima espressione si indica l'insieme di pratiche di ostracismo, boicottaggio e delegittimazione pubblica rivolte contro personaggi celebri, aziende, istituzioni e, in alcuni casi, opere d'arte o monumenti considerati espressione di valori ritenuti incompatibili con la sensibilità contemporanea.

Per i suoi detrattori, la cancel culture rappresenterebbe il prodotto di un nuovo dogmatismo ideologico, caratterizzato da un'ortodossia rigida e censoria e dalla volontà di rimuovere dalla sfera pubblica simboli e riferimenti considerati offensivi o discriminatori. Per i suoi sostenitori, al contrario, si tratterebbe di una forma di responsabilizzazione collettiva e di revisione critica della memoria pubblica.

È precisamente attorno a questa contrapposizione semantica che si è sviluppata una delle più aspre guerre culturali del nostro tempo.

Nativismo, sovranismo, isolazionismo e populismo

  Le idee riconducibili al movimento MAGA non nascono con Donald Trump. Esse affondano le proprie radici in una lunga tradizione politica e culturale americana, nella quale confluiscono, seppure in forme diverse, almeno quattro grandi correnti: nativismo, sovranismo, isolazionismo e populismo.

Il nativismo

  Il nativismo nasce dall'esaltazione delle caratteristiche identitarie della popolazione autoctona e dalla contrapposizione tra coloro che vengono considerati appartenenti alla “vera America” e quanti, invece, sono percepiti come una minaccia all'identità culturale, sociale ed economica della nazione.

Da questa impostazione discendono il sostegno a politiche migratorie particolarmente restrittive, alle espulsioni e alla costruzione di barriere lungo i confini, in particolare quello con il Messico, storicamente interessato da consistenti flussi migratori verso gli Stati Uniti.

In alcune declinazioni del nativismo contemporaneo, le minoranze etniche e gli immigrati vengono rappresentati come responsabili di una parte significativa dei problemi economici e sociali del Paese, nonché, nella retorica più radicale, dell'aumento della criminalità.

Il nativismo si intreccia così con il sovranismo.

A metà dell'Ottocento, il movimento dei Know-Nothing, "non so nulla", nato a New York nel 1843 come American Repubblican Party, successivamente organizzato nel cosiddetto American Party, si oppose duramente all'immigrazione cattolica, in particolare irlandese e italiana. Gli immigrati cattolici erano accusati di sottrarre posti di lavoro agli americani e di non essere autenticamente integrati nella società statunitense.

Alla base di tali sentimenti vi erano anche profonde paure religiose: molti protestanti americani temevano che gli immigrati cattolici fossero politicamente subordinati all'autorità del papa e che l'influenza della Chiesa cattolica potesse alterare l'identità della giovane repubblica.

L'organizzazione dei Know-Nothing era in parte segreta e i suoi membri, interrogati sulla propria appartenenza, erano soliti rispondere: “I know nothing”, da cui deriva il nome con il quale il movimento è passato alla storia.

Negli anni Venti del Novecento, la medesima pressione nativista contribuì al clima politico favorevole all'introduzione di sistemi di contingentamento dell'immigrazione, basati anche sulle quote assegnate alle diverse nazionalità.

Nel contesto contemporaneo, una parte della retorica nativista ha spostato il proprio bersaglio soprattutto verso gli immigrati provenienti dall'America Latina e, in determinati ambienti politici, verso le comunità musulmane.

Il sovranismo

  Mentre il nativismo trova il proprio terreno privilegiato sul piano sociale e culturale, soprattutto nella contrapposizione all'immigrazione e al cambiamento demografico, il sovranismo esprime rivendicazioni prevalentemente politiche, economiche e geopolitiche.

Esso si oppone alla cessione di quote di sovranità a istituzioni sovranazionali e manifesta una forte diffidenza nei confronti dei processi di integrazione economica e politica internazionale.

Il termine “souverainisme” si afferma in Francia tra gli anni Ottanta e Novanta del Novecento e acquisisce particolare rilievo anche nel dibattito canadese sull'indipendenza del Québec. In Europa assume una nuova centralità soprattutto con il processo di integrazione comunitaria e, in particolare, con il Trattato di Maastricht del 1992, quando una parte delle forze politiche nazionali iniziò a contestare il progressivo trasferimento di competenze dagli Stati alle istituzioni europee. Il principio della sovranità, tuttavia, ha origini ben più antiche.

Il filosofo, economista e giurista francese Jean Bodin (1529-1596) esercitò una profonda influenza sulla storia intellettuale europea con la sua concezione della sovranità come potere supremo e perpetuo dello Stato.

Un secolo più tardi, il filosofo inglese Thomas Hobbes (1588-1679) individuò nello Stato e nella sua autorità centrale il fulcro necessario dell'ordine politico, quale garanzia della pace sociale e della sicurezza.

Con la Rivoluzione francese del 1789, il principio della sovranità subì una trasformazione radicale: il titolare ultimo del potere politico venne identificato nel popolo. Da quel momento si affermò progressivamente il principio della sovranità nazionale e popolare.

Nel linguaggio politico contemporaneo, il sovranismo viene utilizzato per indicare la rivendicazione di una maggiore autonomia degli Stati rispetto ai mercati globali, alle istituzioni sovranazionali, alle regole europee di bilancio e ai meccanismi comuni di gestione dei flussi migratori.

L'isolazionismo

  Anche l’isolazionismo americano ha origini antiche e presenta una componente fortemente legata alla storia militare e geopolitica degli Stati Uniti.

Nel corso degli anni Trenta e Quaranta del Novecento, il movimento America First, sostenuto anche da Charles Lindbergh, famoso aviatore statunitense che compì la prima traversata atlantica in solitaria e senza scalo nel 1927, si oppose all'ingresso degli Stati Uniti nella Seconda guerra mondiale e promosse una politica di non-intervento nel conflitto europeo.

Ma le radici dell'isolazionismo sono molto più profonde.

Già George Washington, nel suo discorso di addio del 1796, aveva messo in guardia gli Stati Uniti dal coinvolgimento permanente nelle alleanze e nelle rivalità delle potenze straniere, soprattutto europee. L'obiettivo era preservare la giovane repubblica dalle guerre e dalle competizioni geopolitiche del Vecchio Continente.

Questa impostazione trovò una delle sue formulazioni più autorevoli nella Dottrina Monroe del 1823. Il presidente James Monroe affermò che gli Stati Uniti non avrebbero dovuto interferire negli affari europei, mentre qualsiasi tentativo delle potenze europee di estendere la propria influenza politica sul continente americano sarebbe stato considerato ostile.

Nel corso del XIX secolo, la politica statunitense rimase prevalentemente concentrata sull'espansione territoriale e sul consolidamento interno della giovane nazione.

Il cosiddetto Destino Manifesto (Manifest Destiny) rappresentò la più emblematica formulazione ideologica di questa espansione. Secondo tale visione, gli Stati Uniti erano investiti di una missione storica e quasi provvidenziale: estendere la propria civiltà, la propria democrazia e le proprie istituzioni sull'intero continente nordamericano.

La formula fu resa celebre nel 1845 dal giornalista John L. O'Sullivan, nel contesto del dibattito sull'annessione del Texas.

L'espansione territoriale verso ovest, dall'Atlantico al Pacifico, veniva così rappresentata come un processo naturale e inevitabile. Da questo clima ideologico trasse anche una parte della propria legittimazione la guerra contro il Messico del 1846-1848, conclusasi con l'acquisizione da parte statunitense di vastissimi territori, tra cui la California e il Nuovo Messico.

Il Destino Manifesto ebbe tuttavia anche un lato oscuro: contribuì alla legittimazione della progressiva espropriazione e sottomissione delle popolazioni indigene, considerate da molti coloni estranee al progetto di espansione nazionale e incapaci di autogovernarsi secondo i criteri della cultura dominante.

Con l'ingresso nella Prima guerra mondiale, nel 1917, gli Stati Uniti abbandonarono temporaneamente il non-interventismo. Terminato il conflitto, tuttavia, Washington tornò a privilegiare una politica di sostanziale estraneità alle principali dinamiche internazionali.

Bisognerà attendere l'attacco giapponese a Pearl Harbor, nel dicembre 1941, perché ogni residua spinta isolazionista venga definitivamente travolta.

Dopo il 1945, con la nascita della Guerra fredda e dell'ordine internazionale costruito attorno alle Nazioni Unite e alle alleanze occidentali, gli Stati Uniti assunsero il ruolo di principale potenza del blocco occidentale, abbandonando definitivamente l'isolazionismo classico.

Il concetto, tuttavia, riaffiora periodicamente nel dibattito politico americano. Si manifesta attraverso la critica agli impegni militari all'estero, la contestazione dei costi delle alleanze, le pressioni sugli alleati affinché aumentino la propria spesa per la difesa e il ricorso a barriere doganali e dazi per proteggere l'economia nazionale.

Il populismo

  Il populismo americano ha conosciuto diverse incarnazioni nel corso della storia. Tra le figure che ne hanno segnato l'evoluzione vengono spesso ricordati Andrew Jackson e, in epoca più recente, George Wallace.

Andrew Jackson (1767-1845), settimo presidente degli Stati Uniti e primo eletto sotto l'emblema del Partito Democratico, contribuì a introdurre nella politica americana una retorica fondata sulla contrapposizione tra il “popolo” e le “élite”.

La sua presidenza, tuttavia, fu segnata anche da una politica estremamente controversa nei confronti dei nativi americani e dalla promozione dell'Indian Removal Act, che portò alla deportazione forzata di numerose popolazioni indigene.

Molto più recentemente, George Wallace, quattro volte governatore dell'Alabama, seppe intercettare il risentimento di una parte della classe operaia bianca di fronte alle trasformazioni sociali e all'affermazione dei diritti civili. La sua carriera politica fu caratterizzata da una strenua difesa della segregazione razziale e dall'opposizione al movimento per i diritti civili.

Il movimento MAGA rielabora e rilancia, in una forma contemporanea, alcuni di questi elementi.

Nel linguaggio della politologia contemporanea, secondo la definizione elaborata dal politologo olandese Cas Mudde, il populismo può essere considerato una “ideologia dal nucleo sottile”, la “thin-centered ideology”.

La società viene rappresentata come divisa in due gruppi contrapposti: da una parte il “popolo puro”, considerato omogeneo e depositario di valori autentici e moralmente sani; dall'altra una “élite corrotta”, identificata nell'establishment politico, economico, finanziario o culturale, accusato di agire esclusivamente in funzione dei propri interessi.

Il populismo rivendica dunque la centralità della volontà popolare e ricorre frequentemente a una retorica fortemente conflittuale. In questo schema, il leader carismatico viene presentato come interprete diretto della volontà del popolo e come possibile correttivo ai limiti della democrazia rappresentativa.

Il linguaggio non costituisce un elemento secondario di questa strategia: ne è, al contrario, uno degli strumenti fondamentali.

La realtà politica viene ridotta a un dualismo esasperato, a una polarizzazione binaria: “noi”, il popolo virtuoso, autentico e vittima; contro “loro”, l'élite, i privilegiati, i parassiti e gli oppressori.

La sfumatura viene percepita come debolezza; il compromesso, come cedimento. Il linguaggio tende così a diventare perentorio, aggressivo, talvolta urlato, privo di zone intermedie.

Gli oppositori vengono rappresentati non più come avversari politici, bensì come nemici. Le loro idee vengono considerate non semplicemente errate, ma animate da intenti di tradimento nei confronti della patria.

Le campagne elettorali si trasformano così in una lotta morale tra il “Bene”, identificato nel popolo, e il “Male”, incarnato dall'avversario politico.

I cosiddetti “nemici interni” possono essere individuati, di volta in volta, nella burocrazia, nello “Stato profondo”, nei media tradizionali, nella magistratura o nelle minoranze etniche.

I “nemici esterni” vengono invece identificati nell'alta finanza internazionale, nelle istituzioni sovranazionali, nell'Unione europea, nel Fondo monetario internazionale e nei flussi migratori considerati incontrollati.

Da questa costruzione narrativa deriva il frequente ricorso a termini fortemente evocativi quali “guerra”, “invasione”, “assedio” e “resistenza”. La nazione viene rappresentata come costantemente minacciata e sospinta “sull'orlo del baratro”.

Ne consegue anche il ricorso a espressioni derisorie, volgari soprannomi e formule delegittimanti nei confronti degli avversari, trasformati simbolicamente da competitori politici in autentici nemici della comunità nazionale.

Ordine internazionale e la guida USA

  Se il sovranismo continuerà a rappresentare una delle principali direttrici della politica di Washington, gli Stati Uniti potrebbero progressivamente passare da un sistema fondato su alleanze stabili e impegni di difesa reciproca a un modello maggiormente transazionale, nel quale i rapporti internazionali vengono valutati sulla base della convenienza immediata.

Le relazioni transazionali in politica estera tendono a trasformare il rapporto tra Stati in una sorta di trattativa commerciale: un “quid pro quo”, nel quale costi, benefici e ritorni concreti assumono un peso superiore rispetto alla solidarietà politica, ai valori condivisi e agli impegni di lungo periodo.

È la logica dei ”trade-off”, dello scambio, del compromesso, nella quale ogni relazione con un alleato o con un avversario viene ricondotta alla ricerca di un equilibrio tra vantaggi e contropartite.

La protezione militare o i gli scambi commerciali possono essere offerti in cambio di un ritorno tangibile e immediato. Vengono privilegiati i negoziati bilaterali, diretti, Stato per Stato, mentre le grandi organizzazioni internazionali e le alleanze storiche possono essere percepite come vincoli, come oneri economici sproporzionati per gli Stati Uniti.

La NATO, istituita con il Trattato di Washington del 4 aprile 1949, costituisce il principale esempio di questo modello di cooperazione internazionale. L'Alleanza Atlantica è oggi composta da 32 Paesi e si fonda sul principio della difesa collettiva.

In particolare, si istituì un’alleanza intergovernativa politica e militare di difesa e  sicurezza collettiva tra 32 Paesi, 30 europei, tra cui l'Italia, e due nordamericani, Usa e Canada. Ogni Stato doveva contribuire con almeno il 2% del proprio Pil. Da più tempo otto stati versano meno del 2% (Croazia 1,81%, Portogallo 1,55%, Italia 1,49%, Canada1,37%, Belgio 1,30%, Lussemburgo 1,29%, Slovenia 1,29% e Spagna 1,28%); cinque stati versano di più del 2% (Polonia 4,12%, Estonia 3,43%, Stati Uniti 3,38%, Lettonia 3,15% e la Grecia 3,08%).

La questione della ripartizione degli oneri finanziari rappresenta da anni uno dei principali motivi di tensione all'interno dell'Alleanza. La richiesta agli alleati di destinare almeno il 2% del PIL alla difesa è stata progressivamente trasformata in una delle principali rivendicazioni politiche di Washington.

Le differenze nella spesa militare tra i diversi Paesi membri hanno alimentato ripetutamente le critiche americane e la richiesta di un maggiore contributo europeo alla sicurezza comune.

Il dibattito più recente si è spinto ancora oltre, con la richiesta di portare la spesa per la difesa verso livelli pari al 5% del PIL, accrescendo la pressione sugli alleati europei e asiatici affinché assumano una quota maggiore degli oneri della propria sicurezza.

In questo scenario, l'ombrello protettivo americano potrebbe apparire meno automatico rispetto al passato, subordinato in misura crescente alla disponibilità degli alleati a sostenere gli obiettivi strategici e finanziari indicati da Washington.

La NATO e i rapporti di sicurezza nel Pacifico rischiano così di diventare più variabili e maggiormente dipendenti dalle contingenze politiche ed economiche.

Un simile indebolimento della coesione occidentale potrebbe ampliare lo spazio d'azione di Cina e Russia, soprattutto nei teatri geopolitici nei quali gli Stati Uniti dovessero ridurre il proprio impegno diretto.

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