L'angolo della lettura
07/02/2026 - Gli Stati Uniti prenderanno la Groenlandia in un modo o nell'altro?
Il toponimo Groenlandia affonda le proprie
radici nel termine norreno Grønland, “Terra Verde”. A coniarlo fu Erik il
Rosso, navigatore vichingo di origine normanna, così soprannominato per il
colore della barba e dei capelli. Suo padre, Thorvald Asvaldsson, fu bandito
dalla Norvegia e costretto a salpare verso l'Islanda con il giovanissimo Erik e
il resto della sua famiglia. Diventato adulto Erik, per motivi non precisati,
subì la stessa sorte paterna: dovette lasciare l’Islanda e migrare verso la
Groenlandia, dove fondò il primo insediamento europeo intorno all’anno 984
d.C.. Secondo alcune fonti scelse per quella terra tale appellativo per rendere
l’isola più attraente e favorirvi l’insediamento di nuovi coloni. Altre fonti
supportano la tesi naturalistica sostenendo che, nonostante l’isola inesplorata
fosse ricoperta da ghiaccio tutto l’anno, alcune aree costiere, le più
meridionali, in estate apparissero verdi intorno all’anno 1000.
Gli Inuit (in lingua inuktitut, significa
uomini; singolare inuk o inuq) insieme agli Yupik sono la popolazione indigena dell’Artico. Presenti
in Alaska, Canada, Groenlandia, discendono dai Thule, popolo dell’antica
omonima città della Groenlandia, a nord del circolo polare artico, distante 1300
dal polo Nord. In quell’area estrema della terra furono ritrovati i resti
archeologici più significativi di quell’antica civiltà. Gli Inuit sono popoli
molto resilienti, abili cacciatori e pescatori di foche, balene, renne,
costruttori di igloo e kayak. In quell’ambiente così ostile riescono a vivere
da millenni in armonia. Il termine “eschimese”, fabbricante di racchette da
neve, di origine esterna e dal significato dispregiativo, è oggi rifiutato
dalle comunità locali. La Groenlandia dal 1380 fu sotto il controllo
dano-norvegese e, dal 1721, divenne formalmente colonia danese.
Il
1953: l’anno della svolta
Nel 1953, anno cruciale per la storia moderna
degli Inuit e della Groenlandia, l’isola cessa di essere colonia e diventa
contea del regno danese. Nello stesso anno gli Stati Uniti acquistarono dal
governo danese il territorio di Thule, per costruirvi una base militare
nell’artico. Gli Inuit furono indotti a trasferirsi più a nord, nell’attuale
cittadina di Qaanaaq (656 abitanti), uno dei centri abitati più settentrionali
del mondo, nel fiordo di Inglefield. Tale trasferimento venne attuato in nome della
sicurezza e per far spazio a una pista di atterraggio della base segreta
militare USA costruita di tutta fretta velocemente in una sola estate.
La Pituffik Space Base (attualmente 235
persone) è l’unico Hab che gli Stati Uniti possiedono nell'Artico, gestito
dalla U.S. Air Force. Pur avendo acquistato il territorio, i diritti di
sovranità rimasero alla Groenlandia. Per l'uso della base gli Stati Uniti pagano
un "affitto" di 300 milioni di dollari annui, con "cessione
temporanea della sovranità". Entrambi i Paesi, Usa e Danimarca, secondo
tale accordo, devono collaborare nel difendere militarmente l’isola, membro
della NATO. Fino al 2023 la base militare era conosciuta come “Thule Air Base”;
la decisione dell’amministrazione Biden di rinominarla Pituffik è stata
presentata come un omaggio alla cultura indigena locale. Nel 1953 la
popolazione totale della Groenlandia era di 23.000 abitanti. Gli Stati Uniti,
impiegando 120 navi e 12.000 persone, costruirono il loro Hub
militare-tecnologico con l’obiettivo di prepararsi a un potenziale attacco
nucleare sovietico.
Autonomia,
fragilità sociali e identità
Più di un terzo della popolazione della
Groenlandia vive nella capitale Nuuk, principale
centro culturale ed economico dell’isola, sede del governo. L’economia
groenlandese si fonda prevalentemente sulla pesca industriale destinata
all’esportazione; la caccia a foche e balene sopravvive più come elemento
identitario che come reale pilastro economico. La transizione accelerata verso
la modernità ha nel tempo prodotto profonde fratture sociali. Il tasso di
suicidio è a quelle latitudini tra i più alti al mondo, soprattutto tra i
giovani; alcolismo e violenza domestica sono molto diffusi. Nel 1979 l’isola
ottenne dalla Danimarca l’autogoverno interno (hjemmestyre) e nel 1985 uscì
dalla Comunità Economica Europea per affrancarsi dai rigidi regolamenti sulla
pesca e sulla caccia alla foca contrari alla tradizione di quei popoli;
oltretutto impedivano la possibilità della stessa sopravvivenza di molte
comunità Inuit.
Nel 2009, con il Self-Government Act, tutta
l’isola ottenne la piena autonomia legislativa, giurisdizionale e il diritto
all'autodeterminazione. Alla Danimarca restò la sovranità sulla politica estera
e sulla difesa. La Groenlandia rientra dunque sotto l’ombrello protettivo della
NATO, tutelata dal famoso art. 5 del Patto che protegge i paesi membri
dell’Alleanza atlantica secondo il principio: “un attacco a uno è un attacco a
tutti”.
Le
mire statunitensi sulla rotte marittime
L'interesse statunitense per la Groenlandia
non è affatto recente, e non è il solo. Già all’indomani dell’acquisto
dell’Alaska, il Segretario di Stato William Seward considerava la Groenlandia
come il tassello mancante per il dominio nordamericano nell’Artico. Il
cosiddetto accordo “Alaska Purchase” fu possibile per la transazione tra Stati
Uniti d'America e Impero russo. L’estensione territoriale in ballo era di circa
1.600.000 km². Attualmente l’Alaska possiede una superficie più estesa: la
terra è sempre la stessa, sono cambiati nel frattempo i criteri di misurazione
per la comprensione delle superficie acquatiche. Il prezzo pagato per l'Alaska
fu di 7,2 milioni di dollari, quasi 4 centesimi per ettaro. Il trattato fu
firmato il 30 marzo 1867 dallo stesso William H. Seward, ispiratore, artefice e
promotore dell’acquisto, e dal capo diplomatico russo Eduard de Stoeckl.
Nel 1917, durante la Prima Guerra Mondiale,
gli Stati Uniti temevano che la Germania potesse sottomettere la Danimarca. Le
rotte atlantiche, se i possedimenti danesi nel Mar dei Caraibi fossero caduti
sotto l’egemonia tedesca, potevano essere compromesse. Washington corse ai
ripari e acquistarono dalla Danimarca le Isole Vergini, (Saint John, Saint
Croix e Saint Thomas, sotto il
dominio danese da 1752), cessione che venne ratificata in madre patria da un referendum
popolare. Tutto lo scenario delle comunicazioni marittime cambiò con l’apertura
del Canale di Panama nel 1914, e il necessario controllo dei mari a sud-est del
golfo del Messico che allora si chiamava ancora così. Il timore che la Germania
occupasse le isole e potesse trasformarle in basi per i propri sommergibili
sembrava qualcosa di concreto. Altrettanto impellente appariva agli USA garantire
sicurezza le sue rotte commerciali verso il canale di Panama.
L’economia coloniale delle isole Vergini,
fondata per decenni sulla produzione di zucchero, nei primi del Novecento entrò
in crisi. Il controllo delle isole aveva costi crescenti e benefici sempre più
limitati per la madre patria europea. I 25 milioni di dollari in oro pagati
dagli USA alla Danimarca per quelle isole sembrò una via d’uscita utile e
pragmatica per gli statunitensi, e conveniente per la Danimarca, in un’Europa in
piena guerra mondiale. Il cambio di bandiera avvenne ufficialmente il 31 marzo
1917, nel cosiddetto “Transfer Day”. A
Charlotte Amalie, capitale e più grande città dell'isola di Saint Thomas, la
bandiera danese venne in quel giorno definitivamente ammainata e quella
statunitense issata per sempre.
Il
crescente ruolo strategico della Groenlandia
La Groenlandia, la
maggiore isola della Terra, con il territorio meno densamente popolato del
pianeta dopo l'Antartide (circa 0,03 ab./km²), con oltre due milioni di
chilometri quadrati di territorio, sta assumendo un crescente valore
strategico, commerciale e militare. Il cosiddetto Passaggio a Nord-Ovest lungo
la costa canadese, il Passaggio a Nord-Est o Rotta del Mare del Nord lungo la
costa artica russa, e la futura Rotta Transartica o Transpolare, che
attraverserà l’Oceano Artico centrale, vedono la Groenlandia come un
privilegiato avamposto.
Lo scioglimento dei ghiacci è una crescente
reale possibilità. Secondo il rapporto 2023 dell’IPCC, Intergovernmental Panel
on Climate Change, forum scientifico fondato nel 1988 da due organismi delle
Nazioni Unite, l'Organizzazione meteorologica mondiale (OMM) e il Programma
delle Nazioni Unite per l'Ambiente (UNEP), tra il 1979 e il 2018 il ghiaccio
pluriennale della banchisa artica è diminuito di circa il 90%. Le proiezioni
indicano che la perdita della calotta artica continuerà; alcune stime prevedono
il primo giorno senza ghiaccio prima nel 2030. Con lo scioglimento dei ghiacci
nuove rotte potrebbero diventare navigabili riducendo i tempi del trasporto
delle merci. Il Passaggio a Nord-Ovest e quello a Nord-Est potrebbero essere
aperti alla navigazione commerciale già nei prossimi anni. La rotta
economicamente più significativa sarà però quella Transpolare: la riduzione della
distanza tra Atlantico e Pacifico avrebbe una rilevanza geopolitica
straordinaria.
Se si osserva una cartina geografica appare
immediatamente evidente come la Groenlandia non sia una semplice isola. Per la
grandezza sembra piuttosto un continente circondato dal mare. Paolo Gila,
giornalista e scrittore con lunga esperienza radiotelevisiva, volto noto del
grande schermo per l’informazione riguardante i mercati economici finanziari
internazionali, in un suo recente articolo l’ha paragonata ad una sorta di “Australia
del Nord”, anche se ghiacciata e inospitale. Secondo numerosi scienziati americani,
cinesi e russi che hanno studiato i fondali e le zone interne, l’isola possiede
enormi giacimenti di petrolio, oro, Terre rare, grafite e persino uranio. Un rapporto del 2023 del Servizio geologico di Danimarca e
Groenlandia (GEUS) conferma che l’isola possiede 25 dei 34 minerali critici
individuati dall’UE, tra cui grandi giacimenti di grafite (fondamentale per
l’industria militare), litio (per le batterie) e terre rare (per le tecnologie
pulite). Sono soprattutto quest’ultime ad attrarre gli interessi dei grandi
delle Terra.
La
proposta di Trump e la risposta silenziosa europea
Le
proposte di Trump sulla Groenlandia sono state varie e tutte poco diplomatiche.
Fonti accreditate europee hanno fatto trapelare che il piano prevede di
concedere agli Stati Uniti la sovranità su alcune basi militari sul modello di
Cipro, ex colonia britannica. La Repubblica di Cipro, Stato membro dell'Unione
europea dal 1º maggio 2004 e del Commonwealth dal 13 marzo 1961, dopo la sua indipendenza del 1960 dalla Gran
Bretagna ha mantenuto due basi militari inglesi, Akrotiri e Dhekelia, il cui
territorio è a sovranità britannica, anche se utilizzabile solo per scopi
militari e senza sfruttamento del territorio.
Anche
se, come è stato detto, gli Stati Uniti hanno una sola base militare in
Groenlandia, la Pituffik Space Base (un tempo Thule Air Base), durante la
Guerra Fredda le basi americane sull’isola erano ben 17. Non è chiaro se gli USA richiederanno
altre basi e se le rivendicheranno anche il loro territorio. La bellicosità di
Donald Trump sembra scemata almeno sulla Groenlandia nell’ultimo tempo. Ha
ritirato l’ennesima minaccia di dazi a chi avesse inviato truppe nell’isola,
anche simboliche, ma non ha rinunciato al suo "pezzo di ghiaccio", così
ha appellato l’isola al Forum economico mondiale di Davos. Il Tycoon è pronto a
trattare. Sembra che il segretario generale della Nato Mark Rutte sia riuscito
a mitigare le mire espansionistiche USA in un "un quadro di un futuro
accordo riguardante la Groenlandia e l'intera regione artica", con la
promessa del rispetto del principio di sovranità della Danimarca sull'isola.
La primo ministro Mette Frederiksen, leader del Partito
Socialdemocratico danese, ha affermato: "Possiamo negoziare su tutto ciò
che riguarda la politica: sicurezza, investimenti, economia. Ma non possiamo
negoziare sulla nostra sovranità". Cessata l'opzione bellica, il Tycoon
sta valutando, con i suoi esperti finanziari, la possibilità di dare agli
attuali 57 mila abitanti della Groenlandia un milione di dollari a testa se
voteranno, in un referendum ad hoc predisposto, di entrare a far parte degli
Stati Uniti, con una maggioranza del 60%. Il piano e la cifra sembrano folli, come folle
è buona parte della politica di Trump. Il prezzo da pagare è tuttavia solo una
piccola parte del budget complessivo che gli Stati Uniti spendono ogni anno per
la difesa, 798,8 miliardi di dollari.
La Groenlandia, da periferia glaciale, si
avvia così a diventare uno dei cuori pulsanti della geopolitica del XXI secolo.
E la domanda iniziale rimane aperta: Washington tenterà davvero di prenderla,
in un modo o nell’altro? Vedremo come andrà a finire.