L'angolo della lettura
19/01/2026 - La sconfitta italiana dell'auto inizia dal nome
La visibilità nel mondo dell’informatica e del web costituisce un fattore imprescindibile per un efficace posizionamento sul mercato. La salvaguardia degli stilemi identitari, senza rinunciare agli adeguamenti imposti dalle mode e dall’evoluzione della graphic art, è altrettanto determinante per consolidare l’identità di un brand e rafforzarne il ruolo nello scenario complesso, dinamico e altamente competitivo dell’e-commerce.
L’Italia è storicamente una delle Nazioni leader nei settori della moda, dell’enogastronomia, dello stile di vita, dell’arte e di numerosi altri ambiti dell’eccellenza produttiva. Anche nel comparto automobilistico il nostro Paese ha a lungo occupato una posizione di assoluto prestigio, con marchi blasonati e universalmente ammirati, dei quali oggi sopravvivono soltanto alcune eccellenze e poche, sporadiche conferme.
Ferrari, su tutti, è stata ed è tuttora sinonimo di alta tecnologia, prestigio assoluto e leadership indiscussa per linea e meccanica, nonché simbolo planetario dell’eccellenza dell’italianità. La coerenza stilistica, la continuità delle scelte di mercato, la valorizzazione delle caratteristiche peculiari e distintive di un marchio rappresentano indicatori fondamentali per costruire una storia industriale credibile, proiettarsi nel futuro e generare fiducia e sicurezza nei consumatori.
La fedeltà al brand non è un dato acquisito: va conquistata attraverso l’autorevolezza, la costruzione progressiva di un’immagine di solidità, la capacità di essere distintivi, immediatamente riconoscibili, innovativi nella continuità. Rinnovarsi, senza mai tradire la propria identità; innovare, rassicurando al contempo il mercato: questo è il delicato equilibrio su cui si fonda la credibilità di un marchio. Tali principi assumono un valore ancor più strategico nella fase di immissione sul mercato di un nuovo prodotto.
La vicenda della neonata Alfa Romeo Milano, improvvidamente e frettolosamente rinominata Junior, rappresenta uno dei più emblematici esempi di cattiva gestione manageriale dell’industria automobilistica italiana. E di errori, negli anni, ne sono stati commessi molti, troppi.
La progressiva riduzione dell’industria automobilistica nazionale a un solo marchio, l’assenza di una strategia di sviluppo a lungo termine, i repentini e incoerenti cambi di posizionamento nelle fasce di mercato costituiscono soltanto alcune delle gravi criticità, evidenti persino a un osservatore non esperto di marketing.
Un passaggio cruciale nel processo di costruzione del rapporto fiduciario con il consumatore risiede, inoltre, nella scelta del nome di un nuovo prodotto: nel settore automobilistico, tale scelta assume un valore vitale e assolutamente strategico. Mai come in questo comparto si è assistito alla proliferazione di denominazioni fantasiose, destinate a svanire come meteore. Modelli anche inizialmente premiati dal mercato hanno conosciuto rapide ascese seguite da altrettanto rapidi oblii.
In nessun’altra casa automobilistica, forse, come in FIAT, si è assistito alla produzione seriale di modelli ribattezzati dopo pochi anni, talvolta con bizzarrie lessicali inspiegabili, fino all’assurdità di declinare le denominazioni secondo il genere grammaticale.
Emblematico il caso della Bravo due volumi a tre porte e della Brava due volumi e mezzo a quattro porte: una scelta commercialmente grottesca, una volontaria caduta nel ridicolo. Errori di questa portata non hanno mai generato una reale e necessaria correzione di rotta, ma si sono reiterati nel tempo.
Il recente lancio della nuova Alfa Romeo Milano, immediatamente ribattezzata Junior, ne rappresenta l’ennesima, plateale conferma.
È lecito, a questo punto, domandarsi se, con una simile
politica industriale e commerciale, sia realisticamente possibile auspicare una
crescita del mercato automobilistico in Italia.